Cosa c’è all’origine di violenze come quelle del fine settimana a Milano? La noia, una forma di solitudine estrema che soffoca il bisogno che tutti abbiamo in cuore: essere aiutati, farsi compagnia
L’altra sera, prima di addormentarmi, navigando su Instagram mi sono imbattuto nelle terribili immagini delle violenze del fine settimana a Milano. Non avevo visto nulla prima perché nel weekend ero fuori città. Quanta violenza! Quanta rabbia nei giovani! Confesso che ho fatto fatica ad addormentarmi tanto le immagini di violenza e di rabbia mi avevano scosso.
A scuola dove insegno se ne parla, un ragazzo mi chiede: «Ma la violenza non può avere anche un valore?». Rimango sorpreso che possa nascere questo dubbio tra i ragazzi… «ma le guerre ci sono sempre state» … Poi leggo sul Corriere della Sera che Marracash, dall’alto della sua autorità e ricchezza, inneggia ai disordini di Milano affermando: «Con le buone non cambi le cose».
Sto spiegando la Prima guerra mondiale: «Ecco qui inizia l’età contemporanea in cui si tende ad affermare l’assoluta presunta verità della propria posizione e non si concede nessuna possibilità all’altro… qui, dico, nasce la violenza come strada per affermare l’assoluta presunta verità della propria posizione».
Sento tanti commenti che non giustificano la violenza, ma… Don Claudio Burgio, invece, cerca di capire da dove nasce tanta rabbia da parte di ragazzi, molti dei quali hanno già abbandonato la scuola. Anche le immagini dei genitori che aspettano, davanti alla questura, di poter rivedere i loro figli fermati senza che avessero il minimo sospetto di quanto stava accadendo, mi ferisce e mi interroga.
Poi, grazie a Dio, nel pomeriggio di lunedì, vado a Portofranco (centro di aiuto allo studio per ragazzi delle superiori, ndr) e vedo ragazzi di varia origine e adulti di varia età studiare insieme ed aiutarsi ad affrontare il proprio impegno.
Che sollievo! Allora c’è una possibilità di incontro tra generazioni, tra ragazzi di diversa estrazione sociale, politica e religiosa. Forse è questo il segreto di luoghi come Portofranco: farsi compagnia sul bisogno che ciascuno manifesta, bisogno di essere aiutati a studiare e sull’esigenza umana di aiutare.
Un ragazzo che manifestava ha detto: «Lo Stato non ci vede». Noi adulti dobbiamo aiutarci ad ascoltare realmente i ragazzi, a guardarli, a far loro una proposta di vita accompagnandoli, creando luoghi di socialità e amicizia, i ragazzi devono imparare a distinguere chi li vuole veramente incontrare tirando fuori il bene che hanno dentro e chi, per contro, li vuole utilizzare per qualsiasi altro scopo.
Guardando il volto dei ragazzi e degli adulti a Portofranco e quei pochi volti scoperti dei ragazzi protagonisti delle violenze del weekend, mi vengono in mente, da una parte, la grande massima di Democrito – «Chi commette ingiustizia è più infelice di chi la subisce» – e, dall’altra, una frase di una canzone di Claudio Chieffo: «Perché dagli occhi si capisce quando la vita ricomincia». Ma la vita ricomincia dentro un rapporto.
Quanto è stato profetico il Papa quando al Meeting di Rimini ha detto: «Se il mondo di oggi ha bisogno di qualcosa, è la comunione».
Ciò di cui i ragazzi e noi abbiamo bisogno sono luoghi di reale amicizia che sfidano quella solitudine estrema, quel senso di vuoto che ha portato i ragazzi a fare violenza sentendosi importanti, ma che ha anche portato i due giovani di Roma a far cadere i passanti in monopattino per «vincere la noia» come hanno detto loro stessi.
Ricominciamo a vivere e a costruire.
Alberto Bonfanti, Presidente Portofranco Milano